Contenuto sponsorizzato dal WWF e scritto dal Post

Un altro acciaio è possibile?

Non un materiale diverso: lo stesso di sempre, ma ottenuto con tecnologie meno inquinanti

Anche se spesso siamo portati a pensare alla siderurgia come a un’industria centrale nel Novecento ma meno nel Terzo Millennio, l’acciaio continua a essere fondamentale per lo sviluppo tecnologico ed economico dei paesi industrializzati. È infatti uno dei materiali più versatili, resistenti e riciclabili a disposizione dell’industria moderna. Senza acciaio non si potrebbero costruire case, ospedali, ponti, ferrovie, reti energetiche e idriche, e si bloccherebbero settori chiave come quello automobilistico, la cantieristica, quello degli elettrodomestici e dei macchinari industriali.

La Cina produce da sola oltre la metà dell’acciaio globale, seguita a grande distanza da India, Giappone e Stati Uniti. L’Unione europea ha oggi un ruolo molto più ridotto nel settore siderurgico: negli ultimi anni ha diminuito la propria produzione, anche a causa dei costi energetici elevati. L’Italia resta tra i principali paesi dell’Unione in questo settore, grazie a un modello basato in larga parte, ma non solo, sui forni elettrici e sul riciclo del rottame.

L’Unione europea ha infatti già da decenni avviato piani di decarbonizzazione del settore siderurgico all’interno delle proprie politiche climatiche. Non c’è solo il recente Green Deal (anche se non è più quello di una volta), ma anche il sistema ETS del 2005 (Emissions Trading System, “sistema per lo scambio delle quote di emissione”) una delle principali misure attuate dall’Unione europea per incentivare la transizione verso fonti di energia a emissioni zero (rinnovabili). Un altro importante regolamento europeo in materia è il CBAM del 2022 (Carbon Border Adjustment Mechanism, “meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere”), il sistema che attribuisce un costo alle emissioni di anidride carbonica contenute nei prodotti importati da alcune industrie: i settori esposti alla competizione internazionale, tra cui l’acciaio, hanno finora goduto di quote di CO2 gratuite, ma con l’entrata in vigore del CBAM questa concessione disincentivante per la decarbonizzazione dovrebbe finire.

Un elemento centrale in questo processo è la produzione del cosiddetto “acciaio verde”, così definito non perché sia un materiale diverso, ma perché è ottenuto con materie prime e tecnologie che permettono di ridurre fortemente l’impatto ambientale rispetto ai cicli tradizionali basati sugli altoforni. Questi ultimi sono tradizionalmente alimentati da combustibili fossili, e usano il minerale di ferro come materia prima e il carbone (o meglio il carbon coke) sia come fonte energetica che come agente chimico riducente (serve cioè, semplificando, a trasformare il minerale di ferro in ferro metallico e poi in ghisa, materiale alla base della produzione di acciaio). Questo tipo di produzione ha dunque effetti seri sull’ambiente e sulla salute delle persone. 

Ma per produrre acciaio si possono utilizzare anche i forni elettrici e il rottame ferroso, un prodotto di riciclo, come materia prima. In questo modo il processo è meno impattante, ed è possibile una riduzione delle emissioni di CO2. Questa riduzione diventa maggiore se i forni elettrici sono alimentati con energia prodotta da fonti rinnovabili. I forni elettrici sono quindi strumenti molto importanti, anche se non decisivi in sé, per arrivare alla decarbonizzazione del settore siderurgico, che porterebbe a un’importante riduzione delle emissioni inquinanti globali, vista la centralità del comparto.

In prospettiva, per ottenere una maggiore sostenibilità dell’industria siderurgica, sarà necessario utilizzare in modo prevalente le energie rinnovabili e investire in nuove tecnologie a basse emissioni, oltre a garantire che ci sia una “transizione giusta” per lavoratori e territori coinvolti. Queste constatazioni, e il tema della “transizione giusta”, sono tra le premesse del rapporto Il settore dell’acciaio in Italia: criticità ed opportunità commissionato da WWF Italia nel 2024 al Centro Interdipartimentale “Giacomo Ciamician” dell’Università di Trieste. Il WWF Italia è la principale organizzazione ambientalista italiana, parte della rete internazionale, e da quasi sessant’anni è impegnato nella tutela della biodiversità, nella lotta al cambiamento climatico e nella promozione di un modello di sviluppo sostenibile.

Il rapporto analizza tre scenari alternativi per la riduzione delle emissioni del settore siderurgico. Il primo è uno scenario cosiddetto conservativo, in cui si interviene in modo limitato: le emissioni diminuiscono solo parzialmente grazie a miglioramenti di efficienza, ma restano incompatibili con i più ambiziosi obiettivi climatici europei (riduzione delle emissioni di gas serra del 55 per cento entro il 2030, rispetto al 1990, e neutralità climatica entro il 2050). Il secondo scenario, definito “prospettico”, prevede una transizione intermedia basata su un maggiore uso dei forni elettrici, sull’aumento del riciclo del rottame e su una parziale decarbonizzazione del mix energetico nazionale (cioè la composizione delle diverse fonti di energia utilizzate da un Paese per produrre elettricità): le emissioni calano in modo più significativo, ma non vengono azzerate.

Il terzo scenario, quello più ambizioso, definito quindi “auspicabile”, punta a una profonda trasformazione del settore: impiego quasi esclusivo di fonti energetiche rinnovabili, nucleare escluso, utilizzo di ferro pre-ridotto (DRI), riciclo di rottame ferroso di alta qualità (cioè un materiale pulito, uniforme, con composizione chimica controllata e già preparato per l’uso in forno) e, nel medio-lungo periodo, impiego dell’idrogeno verde. La riduzione diretta del ferro (DRI) è un processo attraverso cui si produce ferro metallico utilizzando il gas naturale invece del carbone. Si ottiene così un materiale spugnoso (chiamato “preridotto”) da usare come materia prima per l’acciaio, riducendo le emissioni rispetto agli altiforni, soprattutto se si usa idrogeno verde. Quest’ultimo è quello prodotto – semplificando – senza emissioni di CO2 utilizzando acqua ed energia elettrica da fonti rinnovabili: il suo impiego permetterebbe di sostituire sia il carbone sia il gas come combustibili.

Oltre agli effetti ambientali, il rapporto analizza anche le ricadute sociali e occupazionali dei diversi scenari. Lo scenario meno ambizioso, secondo il rapporto, espone il settore al rischio di perdita di competitività, chiusure di impianti e impatti negativi sull’occupazione nel medio periodo. Al contrario, gli scenari di transizione più avanzata, se accompagnati da politiche industriali e sociali adeguate, secondo il report possono tutelare e persino creare nuova occupazione qualificata, favorendo innovazione e sviluppo delle competenze. Il rapporto sottolinea quindi l’importanza appunto della cosiddetta “transizione giusta”, che protegga lavoratori e territori, trasformando la decarbonizzazione dell’acciaio in un’opportunità non solo ambientale, ma anche economica e sociale.

Secondo il WWF, al di là della situazione internazionale attuale, in Italia servirebbe una visione di lungo periodo, investimenti mirati e una filiera più integrata e tracciabile. Recentemente lo stesso WWF Italia, insieme ad altre associazioni ambientaliste, ha chiesto al governo di presentare un piano industriale ed economico completo, tra le altre cose, delle risorse necessarie, delle fonti di finanziamento utilizzabili e di obiettivi di decarbonizzazione chiari e monitorabili. Un piano di questo tipo è necessario per garantire, entro il 2030, la bonifica delle aree contaminate, la sostituzione degli altoforni ancora in funzione con nuovi forni elettrici, la realizzazione di un numero adeguato di impianti per la produzione di ferro preridotto (DRI) e delle relative infrastrutture energetiche alimentate da fonti rinnovabili.

Allo stesso tempo, il WWF sottolinea l’importanza di assicurare un adeguato sostegno sociale, economico e finanziario ai lavoratori coinvolti nella transizione, accompagnandoli con percorsi di formazione e riqualificazione verso le nuove mansioni richieste dal cambiamento del modello produttivo. Il piano dovrebbe infine garantire un sistema di produzione che tuteli pienamente la salute dei lavoratori e dei cittadini, nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni ambientali.

Immagine di copertina: ©WWF

Torna in alto