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Finanza, conflitti, energia e sostenibilità sono collegati

Ce lo dicono gli effetti di quello che sta succedendo in Medio Oriente

Le conseguenze più immediate, visibili e dolorose di una guerra, compresa quella combattuta in Medio Oriente dallo scorso 28 febbraio, sono umanitarie: i morti, i feriti, le infrastrutture distrutte e le persone sfollate costrette a lasciare le proprie case. Sono le conseguenze più drammatiche, ma non sono le uniche. Come è stato evidente fin dai primi giorni in questo conflitto, le ricadute sono anche economiche: finiscono per coinvolgere paesi che non partecipano direttamente alla guerra e spesso durano anche dopo la fine dei combattimenti.

La guerra in Medio Oriente è un esempio evidente di questo tipo di dinamiche: è infatti combattuta in una regione centrale per la produzione e il transito di petrolio e gas naturale. Ogni fase di instabilità in quelle zone aumenta il rischio, o anche solo la percezione del rischio, di interruzioni nelle forniture. Il conflitto, di per sé, ha fatto salire i prezzi delle forniture quasi da subito. Una delle risposte del regime iraniano agli attacchi di Israele e degli Stati Uniti è stata la chiusura dello stretto di Hormuz, da cui passa un quinto di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto venduti al mondo.

Gli effetti sono stati immediati: in Asia, che assorbe circa l’80 per cento degli idrocarburi che passano per il canale di Hormuz, da fine marzo sono entrati in vigore in alcuni paesi provvedimenti d’emergenza come razionamenti di carburante, settimane lavorative ridotte a quattro giorni e scuole chiuse. In Italia il prezzo del gas naturale dall’inizio del conflitto ai primi giorni di aprile è aumentato del 60 per cento e i primi dati Istat di marzo mostrano un’inflazione già in rialzo, condizionata dal costo dell’energia e dei prodotti alimentari. Sempre a marzo la crisi si è estesa ai trasporti aerei: le compagnie aeree hanno avvertito che dall’estate viaggiare potrebbe diventare molto più difficile e costoso.

Anche la Commissione europea sta valutando come intervenire: ci sono diverse opzioni, inclusi il razionamento del carburante e nuovi rilasci delle riserve strategiche. Nonostante la tregua di due settimane concordata da Iran, Stati Uniti e Israele l’8 aprile, secondo la Commissione europea l’emergenza non sarà di breve durata. In sostanza è praticamente certo che la crisi energetica non finirà insieme alla guerra: nel migliore dei casi ci vorranno molti mesi per tornare a una situazione paragonabile a quella pre-guerra.

Non si può mai essere del tutto sicuri di avere l’energia che serve, quando si dipende da altri paesi. È questa la ragione per cui i paesi che non hanno a disposizione materie prime devono affidarsi sempre di più alle risorse che possono crearsi. Una soluzione potrebbe essere produrre energia con fonti rinnovabili: mitiga il rischio sia di trovarsi senza gas naturale e petrolio provenienti da altri paesi sia di dover affrontare i rialzi dei prezzi delle stesse materie prime, e ha un impatto minore sull’ambiente.

Su questo legame tra sicurezza energetica, sostenibilità e stabilità economica possono incidere le scelte di investimento, come sostiene Etica SGR, società di gestione del risparmio del gruppo Banca Etica. Orientando capitali verso modelli energetici diversi, la finanza può aiutare ad accelerare o rallentare il cambiamento. Questo approccio, cioè l’idea che un investimento non sia mai “neutro”, è portato avanti da sempre dalla società, che propone esclusivamente fondi comuni etici e responsabili che escludono, per esempio, le aziende che operano nel settore dei combustibili fossili.

Inoltre, Etica SGR esclude aziende legate ai settori degli armamenti, del tabacco o del gioco d’azzardo e seleziona invece aziende con elevati standard ambientali, sociali e di governance, privilegiando le strategie climatiche considerate più avanzate. Nella selezione degli investimenti le aziende vengono valutate anche dal punto di vista delle emissioni, della riduzione dell’impatto ambientale e della coerenza dei modelli di business con gli obiettivi di decarbonizzazione.

Per gli Stati, invece, si considerano indicatori come adesioni a convenzioni internazionali sull’ambiente, mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici (cioè lavorare per ridurre le cause del riscaldamento globale e per prepararsi agli effetti del riscaldamento già in corso) e tutela di risorse idriche e biodiversità. La valutazione combina criteri di esclusione con criteri positivi di selezione dei soggetti più virtuosi. Le analisi si basano su molte e diverse fonti: database specializzati, partner internazionali come ONG e altre organizzazioni impegnate nella sostenibilità e finanza responsabile, oltre al dialogo continuativo e diretto con i vertici delle aziende.

Quest’ultimo punto ha l’obiettivo di spingere le aziende ad adottare comportamenti sempre più sostenibili. Etica SGR sollecita l’introduzione di cambiamenti concreti nelle strategie aziendali su temi come la riduzione delle emissioni, la gestione della catena di fornitura e la trasparenza nella governance. Il dialogo avviene attraverso richieste scritte, incontri e confronti diretti, ed è finalizzato a favorire politiche e processi verificabili, capaci di accompagnare nel tempo la transizione verso modelli economici più sostenibili e meno vulnerabili alle crisi globali.

Immagine di copertina: ©Etica SGR

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